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La notte è nuda, non ha nessun velo di polvere perchè il vento l’ha sedotta e svestita. Non ho fretta di tornare a casa e ciò mi rende colpevole ai sensi perchè la stanchezza è tanta e le mie ossa sono in disordine. Eppure...
Scalo in quarta. Il motore è di troppo. Metto in folle.

Le stelle sono simili alla libertà, quasi un ideale. Incompleta Venere, nuda di ciò che più importa, vergine di ciò che più non serve, sposa bigama di sole e luna che tra il tramonto e l’alba conserva altrove il chiarore. E intanto...
Scalo in quarta. Il motore è di troppo. Metto in folle.

Che sia la luna a colorami l’anima con un impasto di nuove iridescenze, sia lei a lavarmi gli occhi. Sia tu ad allargarmi la fronte e a giocarmi i peli sul mento. Modellami come creta e docile ed ubbidiente anche questa notte ti regalerò un sogno. Di certo...
Il motore è di troppo. Metto in folle.

Avevo paura dell’acqua ed ora misuro con le braccia il centro dell’oceano. Forte. Instancabile torna il ricordo di quei giorni in cui ti spruzzavo in faccia poche gocce di lago mentre tu, ad occhi chiusi, credevi d’annegare. Bei tempi, bei tempi quelli in cui. E infatti...
Metto in folle.

Ho perso il cappello, quello gonfio e pesante come un pensiero triste. Domani devo partire e ci sono tre cose importanti da non dimenticare. La terza non la ricordo più. Oh Musa imbronciata, suggeriscimi ciò che mi è necessario. Mi basta un verso e quello aspetto. Tra il qui e ora, l’adesso...
Metto in folle. Spengo l’autoradio.


Fedele come le verità che racconto. Tu mi siedi accanto. Capelli negli occhi ma più non li scosti. Li chiudi e non soffri.
Non parli ed io ascolto. E’ fuoco. E’ miele. E’ un silenzio capace di farsi sentire. Ti guardo il profilo che è lontano e distante. Moneta di valore...
Metto in folle. Spengo l’autoradio. Crepita l’asfalto.

Il mondo più piccolo? Ci stai poggiando i piedi.
Alzane uno dal suolo e basterà poco a capire che è stare in equilibrio sulla testa di uno spillo. Fidati di me e permettimi di non farti cadere e di non procurarti del male. "Mi parli un po’?". Galleggio...
Spengo l’autoradio. Crepita l’asfalto. Colgo la tua mano.

Io ti ho insegnato ad essere forte. Io ti ho insegnato ad essere orgogliosa. Io ti ho insegnato ad essere decisa e sicura. Io ti ho insegnato a sbagliare. Da chi hai imparato a chiedere scusa? Sono io ad aver violato la natura perfetta di una storia la cui trama si snoda nell’assenza dei suoni. Sussurrando germoglio un perdono...
Crepita l’asfalto. Colgo la tua mano. La stringo piano.

Sono dispari. Sono un numero primo, uno e indivisibile. Uno e moltiplicabile. Ultima radice di un calcolo probabile e irrazionale. Il risultato non cambia e sono sempre uguale a me stesso: perennemente indeciso tra l’amore e la felicità...
Colgo la tua mano. La stringo piano. La porto alle mie labbra.

E’ la fine di qualcosa se rimangono urla in gola, se non è ora e non lo sarà più, se non è sempre e non lo sarà mai. Profumi di crema e sotto il naso, dentro la mia mano, sul mio bacio, è facile capire quanto duttile sia amare. E’ ruvido il mio petto perchè il tuo pianto mi graffia e fa male. Gazze e ladre.
Distillo anch’io un po’ di luce e d’argento...

Colgo la tua mano. La stringo piano. La porto alle mie labbra. Chiedo scusa ad ogni dito. Calpesto la frizione. Ti porto dolcemente in seconda. Come i giorni così le mani, uno dopo l’altro, una sull’altra. Si cambia e noi pure. Insieme.

Verso casa.



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